Santuario di Fornò


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La storia di Fornò

Appunti su Fornò

La Storia di Fornò
(estratto di un incontro pubblico col prof. Riccardo Lanzoni)

Introduzione
Innanzitutto smentire tanti luoghi comuni, tante leggende e tanti equivoci su questo santuario. La cosa che ci ha sempre sconvolto, è che noi, a Forlì, abbiamo un’opera d’arte, pressoché unica in Italia, se non nell’Europa occidentale, con valore storico, artistico ed architettonico stupefacente e nessuno se ne interessa. Per proteggerla, tutelarla, mantenerla. Quando, nel 1988, vi si insediò l’associazione Papa Giovanni XXIII, qui era tutto terreno incolto, sterpaglie, rovi e molti dei locali dell’ex convento erano quasi inagibili. C’era qualche religioso (appartenente alla congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso di Collevalenza) in alcune delle cellette al primo piano e in alcune stanze, ma nulla di più. Ci si veniva varie volte all’anno da Forlì per celebrare matrimoni. Era di moda, ma poi gli ultimi religiosi furono richiamati dal loro ordine e la diocesi, tenendo conto di un’esigenza che passava attraverso don Mino Flamigni, la Papa Giovanni XXIII e don Oreste Benzi, mise a disposizione questi locali che sono stati tutti restaurati e messi a nuovo.

Come si presenta
Da una cosa assolutamente certa, perché qui c’è la firma, l’atto di nascita, il certificato del perché e del per come è sorto questo Santuario. All’ingresso si vede un portale in perfetto stile quattrocentesco, finemente lavorato, con una scritta che dice (la stessa scritta, alla stessa altezza, è pure sull’interno e comincia con la parola “mi”, mentre dall’altra parte comincia con “io”, come se chi ha voluto queste due scritte, fosse molto inesperto di italiano): “io” (o “mi”, a seconda se all’interno o all’esterno), “Pietro Bianco da Durazzo, l’anno del giubileo 1450, principiai la costruzione di questo santuario dedicato alla Madonna delle grazie”. Abbiamo quindi una data, la metà del ‘400 e un personaggio che non dice: “sono stato il committente, ho fatto fare, ho dato l’incarico, ho promosso…”, dice: “principiai…”, cioè l’ho voluta io, l’ho fatta io, è tutta mia. Questo concetto dà un’idea del personaggio che ha voluto fortemente questo Santuario e l’ha voluto come lo voleva lui. Ogni particolare, nel Santuario, rivela una volontà estremamente cocciuta, una volontà determinatissima, e una profondissima cultura teologica estranea alla cultura del tempo in Italia. In alcuni dei libri scritti con i ragazzi della Comunità Papa Giovanni XXIII si è scritto che questo Santuario è un “ufo”! Anche la forma è da disco volante, ma è un “ufo” perché è l’espressione di una cultura aliena paracadutata in mezzo alla campagna, o meglio, questa non era una campagna, era una selva; non a caso qui attorno,le località si chiamano Carpinello, Selva, Ronco, tutti nomi che indicano un’immensa foresta che circondava tutta Forlì, foresta che poi è stata disboscata. Qui era una radura in mezzo a una foresta fittissima, intricata, anche con bestie feroci, lupi e via discorrendo.

La forma del santuario
L'esterno dà una sensazione di originalità per la forma circolare inconsueta per le costruzioni dell’umanesimo italiano del ‘400. Questa sensazione di originalità raddoppia appena si entra dentro, perché ci si accorge che il cerchio non è uno, ma i cerchi sono due. Oggi non è ben chiaro come doveva essere; ma nelle bacheche illustrative sono presenti disegni di come doveva essere in origine e di come è stato nei secoli; in particolare le porticine, quelle che si possono vedere nel muro, a sesto acuto, dovevano essere molto più piccole e l’involucro circolare doveva essere molto più compatto. In altre parole, l’altare doveva risultare pressoché invisibile, se non ci si poneva proprio di fronte ad una delle porticine. Adesso, dopo l’ultimo restauro dell’ottocento, queste immense porte/arcate snaturano l’insieme: il pavimento è stato rialzato, rispetto all’originale di un metro circa. Si ha uno schema: si pensi alla pianta dell’edificio, come se lo si vedesse dall’alto, da un aereo. Un cerchio esterno, poi si entra, un secondo cerchio concentrico, poi nel mezzo, un punto che è l’altare. L’altare è ora in una posizione differente, come ci è stato testimoniato da don Gino Battistini, sacerdote presente negli anni della 2° guerra mondiale e poi parroco: lo spostamento è avvenuto dopo la guerra, snaturando la struttura del santuario che prevedeva l’altare al centro.

Come è nato tutto questo?
Tutto parte da Pietro Bianco, il fondatore, personaggio proveniente dall’Albania, precisamente da Durazzo. Proveniva da un paese che da circa 550 anni (ovviamente, oggi, circa 1000 anni) era di tradizione cristiano ortodossa. Pertanto, Pietro Bianco da Durazzo (sarà in seguito approfondita la sua figura) arriva nell’allora zona forlivese, avendo presente com’erano le chiese cristiano ortodosse.

Iconostasi
Nelle chiese cristiano-ortodosse è sempre presente l’iconostasi. Il concetto di fondo della chiesa ortodossa è che il luogo dei Sacramenti e della celebrazione della S. Messa, luogo in cui è presente Cristo, non deve essere tanto visto con gli occhi esteriori, ma deve essere contemplato con gli occhi interiori. Partecipando infatti a una celebrazione eucaristica in una chiesa ortodossa, si ascolta la celebrazione, non la si vede, e ci si accosta all’altare, passando da porticine, solo al momento dell’Eucaristia. Questo perché gli occhi del corpo non possono vedere e contemplare il miracolo dell’incarnazione: deve essere un atto di fede. L’iconostasi, il più delle volte, nelle chiese a pianta rettangolare è una specie di paravento su cui spesso sono disposte delle icone (da cui il nome), mentre nelle chiese circolari è una parete o un muro circolare. In occidente, dove si ha una tradizione, una sensibilità che ha più il senso dell’incarnazione, che ha più il senso materialistico della fede (una fede che è anche corpo, occhi; siamo infatti abituati a vedere l’altare e ad assistere alle celebrazioni) c’è solo un piccolissimo accenno di separazione tra luogo sacro dell’altare e luogo dell’assemblea che è la balaustra (che ora sta scomparendo anche nelle nostre chiese). Un esempio contrario si ha andando a san Marco a Venezia, la grande città marinara del tempo, in continui rapporti con i Balcani ortodossi: vi è infatti una favolosa iconostasi dorata piena di gemme ed icone; i veneziani avevano infatti assorbito ed assimilato tali concetti teologici dall’oriente. Il cerchio interno del santuario di Fornò ha questa funzione di iconostasi, di “paravento”, in questo caso fatto in muratura.

Pietro "Bianco" da Durazzo e l’icona della Madonna
Chi era Bianco da Durazzo? era un pirata?!? … Della metà del ‘400 di Forlì si hanno tre cronache: una scritta anni dopo da un forlivese che in quel periodo non era a Forlì e quindi ha raccolto voci, per così dire; uno era un barbiere che scriveva appunti su quel che succedeva, e anche il terzo personaggio è uno che si inventava molto di quel che scriveva. In queste cronache c’è chi dice: “era un navigante che andava in Adriatico, affondò in mare in una tempesta, fu sbattuto qua…”, un’altra dice: “era un pirata che durante una tempesta…”, e ancora: “era un pellegrino che andava pellegrinando…”, eccetera, eccetera… (per maggiori dettagli su queste leggende e per la storia del santuario nei secoli, vedi pure “La Storia del Santuario di Fornò”) ovviamente tutte balle e tutte cose ripetute… dopodiché “questo pirata, affondato con la nave, …”, come si salvò? “…si salvò su un tronco galleggiante in cui era un’icona”. Cosa normale un tronco in Adriatico che galleggia con sopra un’icona!?!… Altra ipotesi è che lui venne qua per fare un santuario in mezzo alla foresta e trovò un albero su cui era infissa un’icona. Questa icona misteriosa che spunta fuori da tutte quante le parti…, a nessuno viene mai in mente che se la fosse portata dietro dall’Albania o quantomeno che avesse in mente un’icona che lui conosceva molto bene.

L’ è quella visibile nell’altare maggiore del santuario? No, per due motivi: il motivo pratico è che fu rubata nel 1986, quindi quella esposta è una copia, il secondo motivo è che in quella parte coperta dalla cornice d’argento, in basso a sinistra, c’è raffigurato Bianco da Durazzo in ginocchio ( icona completa) secondo lo stesso schema che si può ritrovare nella “Trinità” che vedremo in seguito. E’ quindi molto difficile che lui venerasse un’icona in cui c’era dipinto anche lui. Evidentemente, lui stesso volle farne una copia, o di quella lasciata in Albania o di quella che aveva in mente, che comunque risale alla costruzione del santuario e che non è quella che si venera oggi. Lo schema dell’icona riproduce esattamente la pianta del santuario, anche se la forma, ovviamente, essendo un corpo umano, non può essere circolare; è a losanga o mandorla, che è un simbolo antichissimo in tutta l’arte paleocristiana, orientale e bizantina e pure nell’umanesimo e nel rinascimento, e simboleggia lo Spirito Santo. Se però si dilata un po’ la parte stretta della mandorla, è facile immaginare uno schema circolare: c’è un corpo, che è quello della Madonna (il santuario è dedicato alla Madonna delle grazie), e allora il corpo della Madonna corrisponde al corpo del santuario, il muro esterno è come la pelle del corpo, l’involucro esterno. Dentro c’è un secondo spazio simmetrico, delimitato da una grossa linea marrone che corrisponde, appunto, all’iconostasi, cioè al cerchio interno che si può accostare alla “pancia” della Madonna pensando al concepimento di Cristo, o possiamo dire la coscienza della Madonna, l’anima. L’interno, e al centro di questa interiorità, dove doveva stare l’altare, c’è Cristo in gloria che tiene in mano il mondo. Riepilogando: un cerchio esterno, un cerchio interno, l’altare (cioè il luogo della presenza di Cristo in gloria che tiene in mano il mondo). Stesso tema nella statua della Madonna che (ora in vescovado) era sul davanti, nella nicchia in alto all’ingresso (foto 1 - 2 - ) (si attende una copia, al temine degli ultimi lavori di restauro del santuario): Maria che tiene in braccio Gesù Cristo che tiene in mano il mondo; quindi Gesù che dalla nascita tiene in mano il mondo e continua a tenerlo in mano. Questa è la spiegazione della forma del santuario. Ma questa è la spiegazione della forma del santuario per un pirata? per un semplice pellegrino? per un navigante che ha fatto naufragio? Ci troviamo di fronte ad una personalità che ha una conoscenza teologica molto elevata, che ha le idee molto chiare su questioni religiose e teologiche, molto profonde; un albanese, che viene da Durazzo, di nome Pietro, chiamato “Bianco”. Perché “Bianco”? Perché aveva la veste bianca e quindi era un monaco. Vedremo poi che questo monaco bizantino, arrivato qua, qualcosa come 10 anni prima, ebbe modo di incontrare un movimento monastico che sentì molto vicino alla sua spiritualità, che era il movimento monastico francescano dell’Osservanza, promosso da Bernardino da Siena. Questi, negli anni precedenti, aveva predicato in tutta l’Italia, compresa Forlì (era passato dal monastero di san Biagio), e aveva diffuso il simbolo della gloria di Cristo che per l’appunto è un cerchio con dentro le lettere IHS (Iesus Hominum Salvator) che si trova un po’ ovunque. Il cerchio, simbolo dell’infinito, simbolo della divinità, era familiare a questo monaco; e ci teneva molto, e questo “sole” si può trovare ovunque nel santuario oltre alla “M” con la corona simboleggiante la Madonna Regina.

Pietro “Bianco” da Durazzo e Pino III degli Ordelaffi
Cosa stava succedendo in Albania in quegli anni? Si cominciò a fare queste osservazioni negli anni 1990-’91, quando iniziarono ad arrivare dall’Albania le prime carrette dei mari che scaricavano qua le prime migliaia di albanesi. Il comunismo era caduto nel 1989 e poco dopo era più facile per loro venire da noi. Per gli italiani, vedere arrivare tutti questi albanesi fu come se arrivassero i barbari, dimenticandosi che l’Adriatico, nella storia, è stato da sempre un’autostrada, anzi nei tempi in cui c’erano le foreste intricate, le bestie feroci, le strade piene di fango, di buche, i carri, i cavalli, ecc., le vie di comunicazione per acqua erano le più praticate e praticabili, e dall’Albania sono sempre arrivati. Ci sono intere zone d’Italia popolate da albanesi: Bettino Craxi, Anna Oxa, e chi più ne ha più ne metta, sono nomi albanesi. Ci sono albanesi dappertutto nella storia d’Italia. In particolare, l’immigrazione dall’Albania fu fortissima in quegli anni, perché erano gli anni (attorno al 1440) in cui tutti i Balcani erano invasi e conquistati dai turchi che occupavano, incendiavano, massacravano, distruggevano i conventi e le chiese, e chi poteva, ovviamente, soprattutto monaci e uomini di chiesa, scappava in Italia. E’ allora verosimile che noi abbiamo di fronte non un pellegrino, non un pirata, non un marinaio, ma un personaggio monastico, il capo, probabilmente, di una comunità di monaci con il monastero distrutto dai turchi, un uomo di raffinatissima cultura, di conoscenza teologica. Domanda: viene in Italia e… si sarà messo a fare il disgraziato extra comunitario come gli albanesi che vengono ora? Non dobbiamo dimenticarci cosa stava succedendo in quegli anni in Italia, soprattutto nelle corti dei principi italiani. Questi principi italiani del tempo (Medici, Gonzaga, Malatesta di Rimini, Malatesta di Cesena, Este di Ferrara, Montefeltro di Urbino) erano come i “Berlusconi, gli Agnelli, i Moratti, i Sensi” di oggi, che si son fatti le squadre di calcio per darsi fama, per darsi prestigio, per darsi lustro. Oggi si fanno le squadre di calcio e si cercano i campioni stranieri capaci di rendere concorrenziale, competitiva la propria squadra. Allora, invece che accaparrarsi i calciatori stranieri, nelle corti, i principi italiani si accaparravano i dotti bizantini. I teologi, i filosofi; erano richiestissimi, perché sapevano il greco, perché conoscevano i libri del mondo antico, perché avevano conoscenze filosofiche e teologiche che in occidente si erano smarrite da tanto tempo. Addirittura i Medici fondarono l’accademia platonica, dove i frati bizantini vennero accolti, finanziati, appoggiati in tutti i modi e dove si sono poi formati coloro che hanno dato vita all’umanesimo ed al rinascimento in Italia. A testimonianza di ciò, visitando il tempio Malatestiano di Rimini, su un fianco, c’è l’arca di uno di questi dotti, venuto dalla Grecia ed accolto alla corte dei Malatesta. A Forlì c’erano gli Ordelaffi (Pino III degli Ordelaffi), che erano dei signori di provincia, circondati dai Malatesta Novello a Cesena, da Sigismondo Malatesta a Rimini. Questi erano amici e non in conflitto con gli Ordelaffi, ma erano pure dei signori di un alto livello. Pure Pino III degli Ordelaffi, che era un signorotto di provincia, divenne sponsor di Pietro Bianco da Durazzo. Questa la spiegazione di come un profugo albanese capitato qua a Forlì, nel giro di pochi anni possa aver messo in piedi una “roba” di questo genere. Chi gli ha dato i soldi? Le cronache narrano di come, alla morte di Pietro Bianco da Durazzo, Pino III degli Ordelaffi ne fece portare il corpo nel duomo di Forlì e di come, per giorni e giorni, tutta la popolazione si recò in visita alla sua salma. Un povero monaco albanese, capitato qua, per diventare così importante, vuol dire che gli fu costruito attorno, non solo un santuario, ma tutta una fama, tutto un prestigio, e via discorrendo. Era quindi un monaco dotto, teologo, protetto e finanziato dal signore di Forlì. È bene ora accennare anche alla questione francescana. I francescani, come voi sapete, da san Francesco in poi ebbero la custodia dei luoghi santi e quando i turchi invasero e dilagarono in Palestina, nei luoghi santi ed in tutti i Balcani, furono i francescani quelli che premettero di più tra i re, principi, imperatori e signori dell’occidente, per fare la crociata di liberazione dei luoghi santi. Ad Arezzo, Piero della Francesca fece i grandi affreschi delle “storie della vera croce”; affreschi che alludono alla crociata per riconquistare i luoghi santi, e li fece nella chiesa di san Francesco. Melozzo da Forlì dipinse la cappella di famiglia dei signori Ordelaffi, dov’era poi il sarcofago di Barbara Manfredi, con tutti gli affreschi poi andati perduti nel bombardamento del 1944, in quella che oggi è la chiesa di san Biagio ma che allora era la chiesa di san Francesco. A Rimini Malatesta fece costruire il Tempio Malatestiano, nella ex chiesa di S.Francesco, chiamando a fare il progetto, nientemeno che Leon Battista Alberti, che mise le mani anche nel progetto della Biblioteca Malatestiana di Cesena, realizzata dal fratello di Sigismondo, cioè da Malatesta Novello e, quando a Mantova, alcuni anni fa, fu realizzata una grande mostra su Leon Battista Alberti, nella guida di quella mostra, ad un certo punto veniva pure citato il santuario di Fornò. Non è quindi escluso che quello stesso Leon Battista Alberti, che fece il progetto del tempio Malatestiano di Rimini, e mise le mani nel progetto della Biblioteca Malatestiana di Cesena, abbia messo pure le mani nel progetto del Santuario di Fornò, anche se metter le mani su questo ultimo progetto era molto difficile perché Pietro Bianco da Durazzo voleva fare di sua testa. Nel tempio Malatestiano di Rimini vi lavorava pure un grande scultore, uno dei più grandi del ‘400, fuggito da Firenze per questioni di cronaca nera (un omicidio). Questo scultore era quindi sul mercato, per chi poteva pagarlo.


Le sculture del Duccio
Si chiamava Agostino di Duccio, fece tutte le sculture del tempio Malatestiano. Chi lo ha visitato ha sicuramente presente quali e quante sculture ci siano; di uno scultore dolcissimo, raffinatissimo, di puro stile fiorentino. Fece delle sculture per la biblioteca Malatestiana di Cesena, e pure per il Santuario di Fornò. Chi fu che pagò questo grande scultore fiorentino? Pino III degli Ordelaffi, che, in accordo con Sigismondo Malatesta di Rimini, lo portò a lavorare anche per il Santuario di Fornò. Quel che fa a Fornò Agostino di Duccio, al pari del tempio Malatestiano, è unico. Andando a Perugia, al museo nazionale dell’Umbria, in una delle grandi sale, davanti a un bel paravento nero che esalta il bianco dei marmi, c’è una Madonna col Bambino di Agostino di Duccio, che è praticamente identica a quella che era all’ingresso del Santuario di Fornò; solo che al museo nazionale è esposta in piene luce, con grande rilievo, mentre qui è rimasta per secoli, con in testa una corona di rame che poi si è arrugginita, colando e sporcando tutta la statua. Ci siamo sempre chiesti perché nessuno l’abbia rubata: perché nessuno sapeva che era di Agostino di Duccio. Perché una tale statua è pure a Perugia? Perché Agostino di Duccio, dopo esser stato a Forlì, andò a Perugia, dove fece le sculture per l’oratorio di san Bernardino da Siena, morto a Perugia.
Cosa fece qui a Fornò, Agostino di Duccio? Su ordine del “nostro monaco”, testardo e fissato (talmente fissato che volle fare il Santuario con una struttura tale che non poteva stare in piedi; e infatti, dopo cinquant’anni già stava crollando, tant’è vero che fu il papa Giulio II, ritratto ad affresco dell’inizio del ‘500 nel muro interno del Santuario, a fare il primo restauro e tutte quelle decorazioni ad affresco negli anni 1502-1504 (il Santuario non stava in piedi perché il tetto era troppo pesante), Agostino di Duccio realizzò la già citata statua della Madonna, le due acquasantiere ( 4 - 5), che sono deliziose, di una finezza, ed eleganza meravigliosa, e poi, soprattutto, la "Trinità" scultura che conclude il ciclo: la statua della Madonna, Gesù che nasce; l’icona, Gesù in gloria e l’ultimo passaggio: Gesù in croce: passaggio ovviamente completato dall’immagine della Trinità.

La “Trinità”
Questo è un pezzo di una bellezza sconvolgente! Può essere tranquillamente confrontato con le sculture fatte al tempio Malatestiano di Rimini; è di una dolcezza, di una finezza, di una eleganza, tipica dell’umanesimo italiano, lo stile del ‘400. L’immagine ci manifesta “l’anima” di Pietro Bianco da Durazzo, monaco bizantino, testardo, che vuole che tutto sia fatto così come vuole lui, a cominciare da un particolare scoperto alcuni anni fa, e’ un particolare piccolissimo e fondamentale. Su Pietro Bianco da Durazzo, che è scolpito in basso a sinistra, sulla sua spalla destra, si vedono le dita. Ora, se si pensa ad una persona in ginocchio in preghiera, come è possibile una tale posizione delle dita? Si sono fatte ricerche, e si è saputo che i monaci bizantini, i monaci ortodossi, passando davanti ad un’immagine sacra, incrociano le braccia proprio come Pietro Bianco nella scultura. Poi ci colpì molto vedere delle fotografie, della seconda guerra mondiale, sul fronte russo, quando i tedeschi avevano invaso la Russia e catturavano i prigionieri, vedere alcuni soldati russi che si arrendevano facendo proprio quel gesto di incrociare le braccia con le mani sulla spalla opposta. Dunque questo è un gesto di sottomissione, di uno che in questo modo fa vedere che non può impugnare un’arma, si dichiara vinto, inoffensivo. E’ una resa che rivolta a Dio ha proprio il senso della fede come sottomissione a Lui. Da noi, qui in occidente, non esiste nulla di simile; di solito esiste la posizione di preghiera con le mani giunte, più o meno con lo stesso significato. Pietro Bianco ha quindi voluto essere raffigurato così, con la sua veste bianca (da cui il nome Bianco). Dalla sua bocca esce poi un fumetto, che è una delle cose più divertenti, con una scritta che non è italiano, non è latino, non è dialetto, non è nulla di nulla. Dice: “beneditte domine ex magna potentia tua”. Cosa sia quel “beneditte”… in latino è “benedicite”, in italiano è “benedite”… nella scultura, comunque, dovrebbe essere latino… evidentemente lui conosceva molto bene il greco e molto meno bene il latino. Vi è un bel libro su Agostino di Duccio, con tutte le fotografie della Madonna di Fornò, del tempio Malatestiano, dell’oratorio di san Bernardino da Siena a Perugia e vi è poi una riproduzione in cui Agostino di Duccio ha raffigurato “san Benedetto in ginocchio che prega”. L’autrice del libro vedendo quel “beneditte” ha concluso che si tratta di “san Benedetto in ginocchio che adora la Trinità”. Non è san Benedetto, è Bianco da Durazzo in ginocchio! In pieno umanesimo italiano, in cui il latino e il greco erano conosciutissimi dalla gente colta e dagli artisti, venne scolpita una scritta identica sull’architrave del portale sia all’interno che all’esterno, ma da una parte vi è scritto “mi” e dall’altra parte “io”. Probabilmente fu Bianco da Durazzo che si impuntò perchè venisse scritto “mi”; ma poi qualcuno vedendo, probabilmente gli riferì: “guarda che in italiano si dice “io”. E lui, dall’altra parte fece allora scrivere “io”. Solo una persona che non conosceva bene il latino poteva imporre una scritta errata. Idem per il “beneditte”. Torniamo alla Trinità: lo Spirito Santo dov’è? lo Spirito Santo è la solita mandorla, la solita losanga. Una volta era colorata, era un marmo colorato, ora ci sono solo tracce di colore. Comunque, dietro la testa del Padre si vede la parte superiore di questo disegno, che è lo stesso dell’icona. E’ quindi sempre la stessa volontà di riprodurre gli stessi simboli: c’è il Padre, c’è il Figlio. In quegli stessi anni, in molte chiese italiane venivano fatti dei “Cristi” con Dio Padre; uno famoso del Masaccio è nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze: Cristo è un bel giovane, moro, con la barba scura, il Padre è un vecchione, barba e capelli bianchi. In tutte le raffigurazioni in cui si vedono Cristo in croce e il Padre, Cristo è giovane, il Padre è vecchio. In questa scultura di Fornò, il padre e il figlio hanno la stessa identica faccia, non ce n’è uno giovane ed uno vecchio, hanno la stessa età. Perché? Anche questa è una prova della conoscenza teologica del nostro bizantino, e corrisponde a tutta una concezione trinitaria bizantina per cui le persone, il Padre e il Figlio, sono identiche. Da notare pure che sia il Padre che il Figlio hanno la bocca aperta con la medesima espressione (oltre che sono uguali): la sofferenza del Figlio è la stessa sofferenza del Padre, partecipano alla stessa passione. Poi il Padre tiene il braccio orizzontale della croce, tanto che il figlio sembra quasi crocifisso sul Padre. Qui c’è un discorso teologico profondissimo da fare che non è tanto che Cristo sia sottoposto al sacrificio per la cattiveria degli uomini, ma è come se sia sottoposto al sacrificio per la sua stessa missione divina, per la redenzione di tutti gli uomini: è Dio che si crocifigge da solo, nell’identificazione Padre/Figlio, sono in croce tutti e due, l’uno sull’altro. Non sono i cattivi uomini che crocifiggono, ma è tutta una faccenda che si consuma all’interno della Trinità. Tutta la parte colorata è andata smarrita; ci sono dei cenni scolpiti che dovrebbero raffigurare un paesaggio della città di Forlì. Questo corrisponderebbe ad una delle più famose sculture di Agostino di Duccio a Rimini, in cui nella “cappella dei segni dello zodiaco”, si vede la città vista dal mare. Qui i segni sullo sfondo sono la città di Forlì vista dal colle della croce. Nell’icona della Madonna vi sono poi altri tratti comuni con la Trinità: di nuovo le braccia incrociate in segno di sottomissione (meno visibili, ma comunque presenti), sullo sfondo dell’icona c’è il sole con i raggi, che assomiglia molto al sole simbolo di san Bernardino da Siena qui presente ovunque, in particolare nei fregi in cotto sull’esterno (vedi le foto 6 - 7 - 8 - 9) del Santuario in cui si alternano i simboli di Maria Regina ed appunto il sole di san Bernardino.

Il simbolo di san Bernardino
Questo famoso segno, come già detto, è presente in tutta Italia, ad esempio nel palazzo della signoria di Firenze, nel palazzo del comune a Siena. La storia di come è nato è buffissima: si era attorno al 1420-1430 e fra’ Bernardino era un frate francescano, un predicatore scatenato, girava per l’Italia ovunque predicando la conversione e il pentimento, in epoche in cui di ricchezza ne girava molta. Bernardino faceva prediche di ore ed ore, nelle piazze piene, con vicino uno che man mano scriveva in diretta tutto quello che diceva. Si hanno, infatti, tutte le prediche di Bernardino da Siena, che sono delle montagne, trascritte parola per parola, comprese frasi del tipo: “hei, voi laggiù, non dormite, perché voi vi…”, tutto scritto da uno velocissimo. Bernardino si trovò a predicare anche a Bologna, città famosa per il gioco d’azzardo fatto con le carte, e a Bologna fece delle gran prediche contro il gioco d’azzardo, tanto che i bolognesi smisero di giocare a carte. Dopo un poco di tempo andarono da Bernardino coloro che fabbricavano i mazzi di carte: “lei è molto bravo a predicare, i bolognesi hanno smesso di giocare a carte, ma noi non vendiamo più nulla…”. Bernardino prese allora un foglio di carta, ci disegnò sopra il famoso simbolo dicendo: “d’ora in poi stampate questi!”. E così fecero gli ormai ex costruttori di carte. La storia di tale simbolo poi continua. Molti ce l’avevano con Bernardino perché con le sue prediche risultava scomodo; tanto fecero e tanto dissero i suoi nemici, che a Roma sorse un sospetto di eresia nei confronti di Bernardino perché lui diffondeva delle immagini magiche: il simbolo. Bernardino fu quindi chiamato a Roma a discolparsi davanti all’inquisizione, e ci fu un momento in cui deve aver avuto un po’ di fifa, perché l’accusa era molto pesante. Fu difeso da un altro francescano suo amico, che si chiamava Giovanni da Capestrano, anche lui poi diventato santo. Ebbero buon gioco a dimostrare che la devozione non era verso il disegno, ma era verso quel Gesù Cristo verso cui il disegno spingeva ad avere fede, non verso il sole.

La prima celletta
Il nostro Pietro Bianco arrivò a Forlì che Bernardino era passato da qualche anno. Era sorta anche a Forlì l’Osservanza che richiamava il ritorno alla regola di san Francesco (molti conventi francescani anche nella zona di Rimini, Verrucchio). Pietro si fermò a Forlì qualche anno, facendo vita da eremita nella zona dei Romiti. Ricordiamoci che tutto attorno a Forlì c’era una foresta intricatissima, fino al mare, e ai Romiti, presso l’attuale strada per Castrocaro, erano soliti andare gli eremiti, compreso Pietro Bianco. Pino III degli Ordelaffi, saputone le intenzioni, gli diede il permesso di costruire in zona Fornò, e in mezzo alla selva iniziò a costruire una piccola cella, di cui forse abbiamo, in questi ultimi anni rintracciato i resti. Non siamo autorizzati a rivelarne il sito, ma possiamo dire che si trova nei campi qua attorno. Quel che ne rimane oggi è un giro di mattoni, molto rustico, nulla di più che un accenno di fondamenta. Pietro Bianco si innamorò di questi monaci francescani e dello stile di san Bernardino. Una cosa è curiosa: don Adamo Pasini, uno dei più grandi storici di Forlì, che è dei primi del ‘900, quando scrive di Pietro Bianco da Durazzo, dice a un certo punto: “le cronache di un tempo dicono che lui ogni tanto (però a questo punto non si legge bene il manoscritto, sembra che scriva che ogni tanto) andava a Siena, ma senz’altro va inteso: ogni tanto andava a selva”. Cioè don Adamo Pasini intende che ogni tanto Pietro Bianco andava a Selva. Però, non è così impossibile che lui sia andato qualche volta a Siena, da dove era partito Bernardino, e dove era il centro della regola dell’Osservanza; non si può dire nulla con sicurezza, ma il simbolo di Bernardino si vede nel suo sarcofago, manifesta quanto gli stesse a cuore.

Il sarcofago di Pietro “Bianco”
Sicuramente fu lo stesso Pietro Bianco a dare disposizioni su come doveva essere fatto il suo sarcofago, e quanto fosse importante per lui il simbolo del sole. Dalla grandezza del sarcofago si può vedere subito quanto fosse basso Pietro Bianco. Non era però una cosa eccezionale. Visitando infatti i musei dove sono esposti gli arredi del ‘400-‘500, vi si trovano dei letti in cui oggi non starebbero neanche i bambini. La nostra altezza è cresciuta nei secoli: rispetto a quei tempi, noi siamo dei giganti spaventosi. Si può notare pure nelle armature molto piccole di quei secoli. Come si vede dal coperchio del sarcofago, Pietro Bianco ha una specie di calotta da monaco, con la barba lunga, una veste da monaco con un cordone che sembra un cordone francescano. Chissà che lui, monaco bizantino, si sia forse legato ai francescani? Ha sempre le mani incrociate come nella statua del Duccio e nell’icona. E’ un sarcofago molto spoglio. Il corpo non è presente, il sarcofago è infatti stato aperto alcune volte in questi ultimi vent’anni e se ne è verificata l’assenza. Da notare che anni fa, durante lavori, furono tolte alcune mattonelle per riparare non so cosa, e vennero fuori delle ossa. In genere, nei monasteri, i monaci venivano seppelliti sotto l’altare; è quindi facile che sotto al pavimento se ne trovino altre. Tra l’altro, ogni volta che si fanno scavi nella campagna qua attorno, continuano a venire fuori pezzi di ceramica del ‘400-‘500: alcuni sono esposti nella bacheca illustrativa, ma se ne sono raccolti a centinaia, magari non tanto grandi, e in alcuni è ancora visibile lo stemma con la “M” e la Corona.

Lo splendore e la decadenza
Di sicuro attorno a Pietro Bianco, ancora vivente, si raccolse una serie di monaci, poi la comunità andò via via ingrandendosi e dopo un paio di secoli qui vivevano decine e decine di monaci con terreni, poderi e via discorrendo. Come poi è successo con tantissimi monasteri, arrivò la decadenza nei secoli ‘600-‘700, fino all’arrivo di Napoleone che sciolse tutti gli ordini monastici; tutti i beni furono messi all’asta compreso il Santuario. Cosa buffa: andando nella chiesa di Terra del Sole, dietro l’altare, c’è un bel coro di legno, che viene dal Santuario di Fornò. Il parroco don Marino Tozzi afferma che le cronache del tempo riportano che quando arrivarono le truppe napoleoniche, come al solito, spogliarono tutto, portarono via tutto e molte cose furono messe all’asta, tra cui il suddetto coro di legno. Per salvarlo, per evitare che ne fosse fatta legna da bruciare, fu comprato dall’allora parroco di Terra del Sole.

Le acquasantiere
Le due acquasantiere, finissime, sono entrambe dedicate alla Trinità. La mano è la stessa, forse non dello stesso Agostino di Duccio, ma sempre dei suoi lavoranti, delle stesse mani degli scultori fiorentini che lavorarono al tempio Malatestiano. Ci sono simboli di animali, piante, fiori, che meriterebbero uno studio iconografico approfondito. Sono stupende.

Opere perdute o in esposizione
Da notare che nel tempo, alcune opere, di cui c’è rimasta traccia fotografica, sono andate perse o sono state spostate. In primo luogo, la statua della Madonna, poi due dipinti: a) un presepe, attribuito ad un seguace del Melozzo da Forlì o del Palmezzano, che si trovava, fino ai primi anni ’90 del secolo scorso, nella cappellina della canonica (ora c’è una copia in forma ridotta). Ha la forma di una lunetta, di mano squisita, molto elegante. E’ stata portata per una mostra, a Forlì, e poi messa nella pinacoteca di Forlì senza un chiaro accordo con la Curia (a quando la restituzione?). b) In una guida di Forlì del 1920-’30, è descritta un’altra lunetta che doveva essere nello spazio vuoto sopra il sarcofago di Bianco da Durazzo, che non era il presepe ma, una di cui abbiamo ritrovato una foto a colori, probabilmente di un rifacimento.

Considerazioni finali
L’importante è aver dato l’idea di un modo di mettersi in relazione, stando molto con gli occhi aperti, non dando niente per scontato e cercando di ricevere i messaggi e i segni sparsi qua e là. L’80% di ciò che è stato detto in quest’incontro non lo si trova in nessun libro, eppure tutto è coerente. Qualche verifica andrebbe fatta; ad esempio, una ricerca storica sugli anni in cui i turchi hanno conquistato l’Albania, cos’è successo a Durazzo, se c’erano dei monasteri con dei monaci con la veste bianca, e se nelle cronache era riportato qualcosa sulla distruzione di questo monastero… solo che in Albania, con quel che hanno passato quei luoghi, probabilmente anche archivi e biblioteche possono essere stati manomessi; e poi è stata per secoli e secoli sotto i turchi e quindi chissà quante cose sono andate distrutte e perse. Questa sarebbe una verifica molto importante da fare, ma bisognerebbe farla in Albania, da dove è partito Bianco da Durazzo. E’ verosimile che sia uno dei tanti fuggiti davanti alla conquista turca, anche perché si ripetono in tante città d’Italia i racconti di questi albanesi che fuggivano via mare, facile da attraversare, e arrivavano qua.Si può quindi concludere che il progettista di tutto ciò fu Pietro Bianco da Durazzo, mentre l’architetto non ci è noto. Pietro Bianco non fece altro che realizzare qui a Fornò quello che aveva sempre visto in Albania, le chiese che conosceva meglio; sicuramente aiutato a livello tecnico da architetti italiani, ma non sul piano teologico. Per quanto riguarda la posizione dell’altare, chiamammo anni fa, don Gino Battistini, sacerdote presente al tempo della guerra e poi parroco, il quale ci raccontò che l’altare era al centro, l’icona della Madonna era sistemata sull’altare, che anche l’arcata, ora chiusa dall’altare maggiore, era libera, e che l’icona fu spostata contro il suo parere, per decisione della diocesi. Ci raccontò pure diverse cose singolari, come ad esempio che lui imparò a guidare all’interno della chiesa, che negli anni della guerra, all’interno del Santuario vennero ospitati centinaia di sfollati, che nei campi qua attorno vi furono vari scontri con i tedeschi (nei campi sono stati trovati proiettili della seconda guerra mondiale), che davanti al santuario si infossò un carro armato (sotto vi erano varie gallerie) e infine che l’8 novembre 1944, il giorno prima della liberazione di Forlì, i tedeschi in ritirata minarono tutti i campanili e le torri, in modo che l’artiglieria inglese non li usasse per parametrare la gittata dei cannoni. Fecero così saltare il campanile di Bussecchio, il campanile di Villagrappa, la torre civica di Forlì e il campanile di Fornò. Avevano pure minato il campanile di san Mercuriale ma quelle mine non saltarono mai; non si sa che cosa fece don Pippo, il parroco, ma gira la voce che fece ubriacare i soldati tedeschi e poi li caricò su un camion che stava andando via. La verità storica comunque non è mai venuta a galla. Don Gino Battistini ci raccontava che su Fornò l’effetto fu questo: i soldati tedeschi accesero le mine e dopo un gran botto si vide il campanile alzarsi come un missile e poi cadere giù franando su sé stesso. Ancora, nell’archivio parrocchiale si trovano le foto che testimoniano tutto questo. Assieme al campanile crollò parte della canonica, tutto il passaggio che dalla canonica portava direttamente al balcone dell’organo senza passare da dentro il Santuario e l’antica e ricca sacrestia. Il campanile non è stato più rifatto mentre la canonica è terminata da poco tempo (2006); la costruzione, può essere discutibile dal punto di vista estetico, ma, storicamente, ripete quella che era la struttura della antica canonica. Il tetto attuale del santuario non è quello originale, ma fu rifatto, assieme a tutti gli affreschi presenti nei muri, nel 1504 con i restauri promossi da papa Giulio II. Tra gli affreschi, merita una citazione un’altra lunetta all’ingresso del santuario: una resurrezione dal sepolcro, molto bella a suo modo; stranamente proprio la figura del Cristo risorto è sparita, si vedono solo i soldati che dormono, ma Cristo risorto non c’è più. In seguito un altro grosso restauro fu nell’1800 e apportò notevoli modifiche con l’aggiunta delle grandi arcate, delle decorazioni angeliche nella parte centrale e delle alte finestre sul muro esterno, snaturando tutta la costruzione.

prof. Riccardo Lanzoni

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